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Il
mercato, i canali di ricerca, l’orientamento, la retribuzione,
gli incentivi e i benefit: un viaggio attraverso le nuove
dinamiche del mondo del lavoro, oggi più che mai orientato
al cambiamento dopo la forte spinta impressa dalla
Riforma Biagi.
Parola d’ordine:
flessibilità. In tutto, nelle tipologie contrattuali
previste dal nuovo quadro normativo, ma anche nei nuovi modelli
di organizzazione del lavoro e nei profili professionali fortemente
innovativi.
Il
Sole24Ore ha diffuso in questi giorni un interessante
dossier frutto di una lunga ricerca sui trend di sviluppo
che influenzano le politiche occupazionali. A prescindere
dalla connotazione aziendalistica piuttosto che specificamente
pubblica dell’indagine svolta, è interessante
lo scenario occupazionale che viene fuori e le variabili che
contribuiscono a definirlo.
Senza fare un
resoconto dettagliato dell’indagine, guardiamo a quelli
che ci sembrano gli imput più interessanti.
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studio
e formazione: avere un titolo di studio, oggi, è requisito
indispensabile, ma ancora più conta la tipologia di
percorso formativo che si segue. L’indagine mostra chiaramente
che alcune specializzazioni servono più di altre e
un continuo aggiornamento contribuisce all’ingresso
e alla permanenza in contesti lavorativi che richiedono una
forte specializzazione. Il punto di snodo è, quindi,
la formazione, ma anche in questo è importante una
forte flessibilità nell’approccio. Uno studio
del MIUR rivela che una
forte percentuali di laureati si adatta a fare lavori per
i quali non è richiesto un titolo di studio universitario
mentre solo il 35% riesce ad esercitare attività in
linea con le conoscenze acquisite durante gli studi. Una curiosità:
secondo il sistema informatico Excelsior 2003 di Unioncamere
i servizi esprimono una domanda di personale di livello universitario
superiore a quella dell’industria (il rapporto e tra
35mila rispetto a 17mila unità).
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i
profili professionali mutano in funzione delle nuove esigenze
di mercato: anche in questo caso la flessibilità è
la parola d’ordine, e l’indagine rivela che ci
sono figure professionali nuove ed emergenti che tra il 2003
e il 2007 avranno un ruolo cruciale e sempre più richiesto
nella società italiana. Uno fra tutti, l’armonizzatore,
forse quello che, più di ogni altro, rompe gli schemi
rispetto al passato, anche nel nome. L’armonizzatore
possiamo definirlo come il mediatore culturale per l’Europa,
colui che, all’interno della PA, delle grandi imprese
o delle forti Reti territoriali “armonizza” il
particolare della Nazione con il generale dell’Unione
Europea. Conoscenze richieste: forti competenze economiche
e giuridiche, qualifiche per le quali, fino a pochi anni fa,
quasi tutti avrebbero pensato a professioni più tradizionali.
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guardiamola
dall’altro punto di vista e chiediamoci qual è
il nuovo ruolo del datore di lavoro – PA o azienda che
sia – rispetto alle Risorse Umane di cui dispongono.
L’interesse primario è, evidentemente, quello
di potenziare il capitale umano di cui dispongono, creare
veri sistemi di “intelligenza” dei talenti rivelati
dai dipendenti ed utilizzarli ad hoc nelle varie mansioni.
Alla fine si è riconosciuta la giusta importanza al
processo di qualificazione e riqualificazione dei ruoli: personale
più autonomo, più responsabile, più preparato
rispetto alle incertezze e alle oscillazioni del mercato,
più recettivo rispetto ad esigenze diversificate, più
creativo nella risoluzione dei problemi. Ritorna la flessibilità:
il problema è che all’interno delle aziende e
della PA tutto questo non viene ancora recepito come importante,
al pari, se non di più, rispetto alle competenze tecniche.
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in
questo senso il problema non è tanto il peso del “compenso
fisso”, quanto gli elementi di promozione, status, carriera,
sicurezza, soddisfazione personale e opportunità di
apprendimento che devono necessariamente rientrare nelle politiche
retributive di PA e aziende come strumenti di incentivazione
del personale e di sviluppo di skill professionali in linea
con le richieste di mercato. Un dato interessante emerso dall’indagine
del Sole24Ore è che, questi forse più di tanti
altri, sono fattori fortemente influenzati da variabili come
la dimensione aziendale – le grandi realtà lavorative
fanno ricorso ai benefits in modo molto più diffuso
rispetto ai piccoli contesti; il settore di appartenenza e
la macro area territoriale – in questa prospettiva si
riscontrano forti differenze nelle politiche retributive nelle
tre aree di riferimento individuate come rilevanti: Centro,
NordEst e NordOvest, Milano e Roma, Sud dell’Italia.
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