| Qualche
riflessione articolata essenzialmente su quattro punti fondamentali
:
la
programmazione del personale
la flessibilità - in relazione specificamente alla formazione
le relazioni sindacali
il modello di amministrazione
Dalle
argomentazioni che hanno preceduto il mio intervento è venuta
fuori la consapevolezza di quanto sia importante fare una programmazione
del personale: lo è quella che ci vincola, per legge, a fare
un piano di programmazione triennale; lo è quella, più
sentita, che ci dice che sarebbe bene aggiornarlo anno per anno.
È un momento importante sia perché si misura e progetta
il futuro dell'Ente sotto il profilo delle Risorse Umane; sia dal
punto di vista di "alta amministrazione" là dove
c'è una volontà che scaturisce da una progettualità
dirigenziale che viene condivisa e mediata dall'organo politico,
la giunta, che raccoglie, modifica e fa propria questa proposta.
Questo sarebbe l'ottimo, in linea teorica: la realtà è
ben diversa. Abbiamo delle norme che ci arrivano a fine hanno e
che minano inesorabilmente tutti gli elementi di programmazione
fatti nel corso dell'anno. Anche nei casi specifici di investimenti
progettuali fatti su giovani che superano concorsi pesanti ed articolati,
i vincoli che ci impongono a fine anno ci forzano a rinunciare a
qualsiasi idea di investimento nell'organico. Personalmente mi trovo
a dover essere, invece di un dirigente manager di una PA considerata
molto vicina al privato - si tratta dell'amministrazione delle imprese
e gli amministratori sono imprenditori di successo che sanno vivere
nel privato - ad essere, passatemi l'espressione, un tappabuchi,
in quanto mi ritrovo sempre nella condizione di dover semplicemente
arginare i danni, gestire l'emergenza e non riesco a processare
niente vedendo continuamente mutati, per volere altrui, quanto ero
riuscito faticosamente a programmare in termini di risorse, umane
e finanziarie.
Non mi lamento, sia ben chiaro, di questo: si lavora anche per fronteggiare
le emergenze. Se c'è un'emergenza, nazionale o, ancora di
più, internazionale per cui non si hanno a disposizione le
risorse che sarebbero necessarie ad ottimizzare il servizio, si
stringe la cinghia e si va avanti. Mi lamento, però, del
fatto che chi si è fino ad oggi comportato in maniera virtuosa
sia trattato nella stessa maniera di chi fino ad oggi ha sperperato
risorse indipendentemente dalle leggi che c'erano e senza renderne
conto a nessuno. Se non si sa distinguere, ed anzi si penalizza,
chi più ha risparmiato negli anni precedenti, non si incentivano
né volontà ne capacità di una programmazione
seria ed efficace per gli anni successivi.
Proviamo, però, a vedere quali sono gli aspetti positivi.
Nella frenetica attività, cui vi accennavo, di arginare quanto
più possibile i danni di una gestione troppo spesso legata
alle emergenze, siamo stati spinti a ricorrere al lavoro flessibile.
Questa è una grossa risorsa che ci è stata messa a
disposizione: senza creare illusioni, è comunque preferibile
creare una piccola realtà determinata che non creare alcun
tipo di risorsa lavoro. Nel corso del tempo ci siamo resi conto
che probabilmente il lavoro flessibile era anche più utile
delle forme tradizionali di assunzione a tempo indeterminato: penso,
per esempio, alla somministrazione di lavoro che per certi momenti
episodici di grande criticità che si esauriscono, auspicabilmente,
in uno spazio di tempo relativamente breve, è tornato più
utili rispetto ad un'operazione di allargamento dell'organico che,
terminata la contingenza, non avrebbe avuto più ragione d'essere.
Esistono molte altre tipologie di forme flessibili di lavoro - come
lo stage - che ci hanno consentito di disporre di professionalità
di grande valore e di allacciare rapporti più stretti con
il mondo universitario e della ricerca: relazioni e partnership
di questo tipo ci saranno sicuramente di forte aiuto nel perseguimento
dei nostri fini istituzionali.
Flessibilità nel lavoro, ma anche flessibilità nei
modelli organizzativi che dovrebbero essere strutturati in modo
tale da comprendere gruppi di persone/professionalità che
possono essere utilizzate a 360 gradi. Certamente dei nuclei dovranno
continuare a presidiare certi uffici ma sarebbe opportuno realizzare
all'interno un complesso di professionalità di conoscenza
generale dell'Ente che consenta di spostare un certo numero di risorse
da un punto all'altro secondo quelle che sono le necessità
e le contingenze del momento.
Questo mi porta ad essere totalmente d'accordo sull'importanza della
formazione. Se siamo a questi livelli di eccellenza, grandissimo
merito va al fatto di avere per tempo programmato e realizzato,
in maniera rigorosa, un piano di formazione che rappresenta un punto
di riferimento nel panorama della formazione, in generale, ed è
per noi specificamente all'interno della Camera un punto di riferimento
per monitorare e attendere al bisogno effettivo in tempo reale.
Certo si tratta - e non potrebbe essere altrimenti - di una formazione
diversificata: c'è una formazione generale che occorre a
tutto il personale e che va fatta anche sugli strumenti - informatica,
alfabetizzazione dei servizi, normativa, fenomeni diversi che interessano
indistintamente tutto il personale. D'altro canto c'è, invece,
una necessità forte, se si vuole poter disporre di queste
task force professionali, di un tipo di formazione settoriale che
sia estremamente specifica ed avanzata. Ben vengano, in questo senso,
tutti gli strumenti utilizzabili: le videoconferenze, personalmente,
trovo non siano comode sotto tanti profili, anche dei costi, ma,
di fatto, ben venga anche la videoconferenza se questo può
contribuire ad incentivare l'attenzione del personale al processo
formativo. Così come ben venga la "territorialità"
della formazione, perché non si possono fare spostamenti
per tutto il territorio nazionale e, soprattutto, c'è necessità
di adeguare molta della formazione professionale a livello regionale
soprattutto sotto il profilo normativo perché con l'assetto
di Stato che si va configurando non si può pensare ad una
formazione di tipo centralizzato.
Le relazioni sindacali, con qualche episodio conflittuale, posso
dire che siano se non ottime, almeno di buon livello: da nessuna
parte mi pare di rilevare esasperazione o conflitto. Però,
se mi posso permettere una critica, c'è un livello di relazioni
che è estremamente basso. Le relazioni sindacali trovano
il loro unico punto di attrito o di interesse da parte delle RSU
soltanto quando si tratto di andare a determinare le risorse del
fondo e quanta parte di questo stesso fondo andrà ad essere
incentivante. La parte variabile dovrebbe essere la parte premiante,
ma è difficile ipotizzare un parte premiante quando è
infimo il livello della retribuzione base. Non so se "cento
euro" siano giusti o ingiusti, ma certo è che la retribuzione
nella Pubblica Amministrazione non è assolutamente cresciuta
a livello di altri settori. In un contesto simile - quando un laureato
di ex VIII livello, ora categoria D1-D3, dopo dieci anni di lavoro
percepisce 1.300 euro - c'è bisogno anche della parte variabile
per garantire un livello minimo di decorosa sopravvivenza. Quindi
io capisco sicuramente anche la posizione sindacale. Ma questo significa
che quando si impone la concertazione, cioè l'accordo obbligatorio,
per stabilire quelle che sono le risorse variabili, significa da
un lato assoggettarsi a queste logiche, dall'altro espropriare i
dirigenti da quelle decisioni che dovrebbero poter essere assolutamente
discrezionali: sono i dirigenti, infatti, che dovrebbero poter decidere
chi premiare ed essere responsabili dei risultati avendo, però,
in mano le leve per ottenere quei risultati. Altrimenti è
una vera e propria presa in giro parlare di "privatizzazione
del rapporto di lavoro". Se questo significa semplicemente
passare dal TAR al giudice del lavoro della magistratura ordinaria,
allora ci si sta riempiendo la bocca di parole e non si può
sperare in un risultato concreto. Con ulteriore risvolto che un
premio incentivante livellato, in modo che ci sia pochissima differenza
tra il primo e l'ultimo, significa anche arrivare alla disincentivazione:
coloro che si impegnano di più, vedendo parificata la propria
retribuzione a chi fa poco o a chi fa male, certamente non trovano
interesse a perseguire nel loro agire virtuoso.
Chiudo questa riflessione parlando del modello di amministrazione.
Questo è un mio vecchio pallino: io credo che sia il caso
- e Le Camere sono sempre state all'avanguardia su questi temi -
di darsi un modello di organizzazione europeo sotto un duplice profilo.
Innanzitutto le Camere di Commercio hanno l'opportunità di
essere in tutti i Paesi dell'Unione Europea: allora ritengo che
sia il caso di prendere i modelli che ci vengono dall'Istituto della
Pubblica Amministrazione di Mastricht e di calarli nelle realtà
della Camere di Commercio perché è inutile aver costituito
un'Unione Europea, averla allargata a 25 presenze e non avere un
modello di amministrazione ottimale che valga, nelle sue basi organizzative
essenziali, pur nel rispetto delle singole specificità, per
tutta l'Europa. Come secondo aspetto la mobilità, che oggi
si fa con difficoltà al nostro interno, si dovrebbe fare
a livello europeo: sarebbe realmente importante avere questi scambi
con Camere di altri Paesi per imparare noi le loro migliori pratiche
e perché imparino loro la nostra realtà. Questo contribuirebbe
a non farci essere più semplicemente un'Europa sulla carta,
ma, per riprendere quanto detto dal nostro Presidente della Repubblica,
un'Europa di Europei.
Grazie
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Vorrei
fare alcune riflessioni sullo scenario che oggi abbiamo di fronte.
Le
nostre realtà camerali nel giro di 5-7 anni hanno subito
una trasformazione dal punto di vista delle competenze del personale
straordinaria che non riscontriamo in altre amministrazioni. Fino
a sette anni fa parlavamo di figure come "addetti all'amministrazione,
persone preposta alla gestione amministrativa del personale, alla
promozione e così via"; oggi le competenze che sono
richieste ai nostri dipendenti sono di ben altra natura. Figure
diverse, promotori dell'innovazione, gestori dell'innovazione economica,
gestori di progetti complessi. Molte Camere, la mia fra queste,
gestiscono direttamente progetti INTERR, EQUAL, concorrono con altre
realtà europee a gestire progetti comuni di cooperazione,
di intervento delle imprese, di promozione della conciliazione.
Sono presenti all'interno del Sistema Camerale gestori delle Risorse
Umane e della Finanza, non più semplici ragionieri e amministratori
di bilancio. Un esempio per tutti su questo nuovo ruolo: le Camere
di Commercio dei capoluoghi di Regione sono oggi dotati di veri
e propri "Uffici Ambiente", attraverso i quali si mettono
in relazione sul territorio competenze, dati e informazioni da gestire
in cooperazione la Regione, che si occupa specificamente della programmazione,
e con la Provincia, preposta al controllo del territorio in questo
senso.
Tutto questo grazie all'attività di formazione, ma anche
grazie ad un fortissimo ricambio che c'è stato nella realtà
dei dirigenti delle Camere di Commercio e ad un giro di Segretari
Generali che è entrato portando competenze ed esperienze
accumulate in altre pubbliche amministrazioni e che ha indirizzato
un nuovo ruolo delle Camere di Commercio: da soggetto amministrativo
a motore dell'economia di una Provincia. Ci sono tante realtà
provinciali dove le Camere di Commercio sono presenti che svolgono
questo ruolo: entrano in contatto con le altre pubbliche amministrazioni
contribuendo, in modo propositivo, a creare un vero e proprio distretto
della pubblica amministrazione allo scopo di aiutare le imprese
ad essere più presenti, ad evolversi, a muoversi, ad essere
più attive. In questo processo molto ha inciso, a mio parere,
l'esperienza della qualità. La mia Camera ma anche altre
Camere della realtà veneta, hanno introdotto processi di
innovazione attraverso la certificazione della qualità, andando
a studiare il modo di organizzarsi, di programmare.
Da questo punto di vista, quindi - ed è la seconda osservazione
che voglio fare - la leva degli incentivi, della contrattazione
decentrata, ha rappresentato un passo significativo: io ho vissuto
un'esperienza positiva in questo senso. Anche se il tentativo del
sindacato è stato quello di portarci su livelli di incentivazione
equanime, abbiamo cercato di mettere in campo degli strumenti di
selezione anche delle persone migliori nelle nostre realtà:
tanto per dirne una, io ho fatto le posizioni organizzative dopo
cinque anni che la legislazione le aveva previste perché
non ho cercato di premiare le VIII qualifiche indiscriminatamente,
ma di farle crescere selezionarle e poi riconoscere loro lo stipendio
giusto. Le posizioni organizzative nella Camera di Commercio di
Venezia le abbiamo fatte quest'anno e oggi per loro facciamo corsi
di formazione e di accompagnamento al ruolo: ruolo che hanno, comunque,
già maturato e che è già riconosciuto nella
nostra organizzazione. L'esperienza dell'utilizzo dell'articolo
17 - premi individuali a figure che svolgono particolari progetti
- o il fatto di avere inserito particolari figure in progetti extra
camerali dove è possibile anche trovare un incentivo economico
significativo è un obiettivo che mi sono posto. Ho trovato
un riscontro, in questo senso, anche da parte delle persone che
crescono avendo questo stimolo, di grandissimo interesse.
La terza osservazione riguarda un certo modo di organizzare il lavoro.
Tutta l'attività amministrativa è riconducibile ad
una serie di progetti. Anche il Registro delle Imprese, paradossalmente,
che è l'attività più tradizionale che noi abbiamo,
è diventata un progetto, è diventata lo strumento
che noi abbiamo per promuovere la trasparenza, per fare comunicazione
e informazione. Da questo punto di vista l'introduzione dell'informatica
spinta, -e l'assistenza di Infocamere su questo è stata molto
interessante - ci ha costretto a trasformare l'attività del
Registro delle Imprese in un'attività di incontro con le
imprese, di messa a disposizione di dati e informazioni elaborati
dalla statistica, elaborati da una serie di studi che noi facciamo.
Così si realizzano quelle interconnessioni fra le diverse
attività della Camera di Commercio che sono la vera novità
del nostro essere motore dell'economia all'interno del territorio
provinciale. Tutto, dalle cose più piccole, diventa progetto
di intervento e sviluppo. Questo credo sia quello che il gruppo
dirigente che lavora insieme sia in grado di trasmettere ai dipendenti.
Dando entusiasmo, dando coraggio, facendoli crescere, mettendoli
in contatto e in comunicazione con il contesto economico di riferimento.
In relazione a questo vorrei fare un'ulteriore osservazione. Qualche
tempo fa abbiamo portato il gruppo dirigente della Camera di Commercio
di Venezia a visitare delle aziende - in particolare quella della
San Benedetto - dove il gruppo dirigente ci ha spiegato come hanno
impostato la propria azienda chiedendo ai consumatori di cosa avessero
effettivamente bisogno. Portando all'esterno le persone che lavorano
all'interno della Camera di Commercio ci aiutato tantissimo a vedere
cosa è possibile fare, a riformulare il nostro modo di lavorare:
chiedendo, cioè, ai nostri interlocutori, che non sono solo
le associazioni di categoria, ma anche le imprese, cosa si aspettano
da noi. Questa domanda che stiamo imparando a porre genera curiosità,
genera nuove idee su come ripensare il proprio lavoro. Io credo
che meccanismi come questo, accanto alla formazione, siano quelli
che fanno il salto di qualità.
Ultime due osservazioni: il tema del lavoro flessibile e del benessere
aziendale.
Il tema del lavoro flessibile è, a mio parere, importantissimo.
La stagione dei contratti di lavoro rigidi, la stagione delle leggi
finanziarie che si susseguono e intervengono a stroncare ogni tentativo
serio di programmazione deve necessariamente aver termine. Nell'ottica
di un lavoro per progetto, nell'ottica di un certo modo di volersi
porre nel territorio, bisogna pensare anche a strutturare le nostre
organizzazioni in modo che le competenze di cui abbiamo bisogno
e che ci sono sul mercato entrino all'interno delle nostre strutture.
Attraverso contratti di collaborazione coordinata, attraverso contratti
di servizio, o altre forme contrattuali flessibili. Io ho fatto
un'esperienza in due-tre anni attraverso la programmazione comunitaria
di questa natura e mi è piaciuto molto mandare dei miei dipendenti,
fuori orario di lavoro, a fare anche master universitari che consentissero
loro di migliorare professionalità e competenza ed acquisire
gli strumenti necessari per lavorare in modo nuovo.
Quanto al benessere organizzativo faccio riferimento ad una piccola
ma significativa esperienza di telelavoro che abbiamo fatto all'interno
della nostra Camera. I dirigenti della nostra Camera di Commercio
sono telelavoratori: questo per noi ha significato lavorare con
un altro livello di intensità. La cura della sede, degli
strumenti di lavoro, il computer sempre aggiornato: sono tutti elementi
dai quali si capisce che c'è un investimento sul personale.
Credo che anche questo elemento sia da considerare all'interno delle
nostre organizzazioni. I salti che hanno fatto le Camere di Commercio
passando dai terminali di una volta agli strumenti e le reti che
oggi abbiamo sono straordinari: anche questa è una leva sulla
quale le persone che lavorano con noi hanno fatto conto per poter
crescere e migliorare il proprio lavoro.
Grazie
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