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La
mobilità nel pubblico impiego: una ricerca antropologica
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Il fenomeno della mobilità è un fenomeno, di fatto, oggi
limitato nel suo impatto organizzativo, eppure la Pubblica Amministrazione
italiana è orientata a pensare alla mobilità come una delle
leve strategiche del cambiamento. Un approccio innovativo e originale
ad un istituto che di solito è guardato solo da un punto di vista
giuridico o di economia del lavoro è dato dalla ricerca, in chiave
antropologica, promossa dal DPF e condotta dal Formez nell'ambito del
progetto "Sostegno e coordinamento ai processi di mobilità
nelle pubbliche amministrazioni del Mezzogiorno".
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Premessa
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Il progetto
"Sostegno e coordinamento ai processi di mobilità nelle
pubbliche amministrazioni del Mezzogiorno" inserito nel quadro
delle azioni del programma Empowerment delle Pubbliche Amministrazioni
del Mezzogiorno promosso dal Dipartimento
della Funzione Pubblica - Ufficio per il personale delle pubbliche
amministrazioni (Dfp-Uppa) e commissionato al Formez,
ha avuto come finalità quella di predisporre azioni di supporto
alle amministrazioni nei processi di mobilità del personale, territoriale
e funzionale.
Destinatari
dell'indagine sono stati i ministeri, gli Enti pubblici non economici
(Epne), le agenzie fiscali, le regioni, le province e i comuni con oltre
50.000 abitanti, per un totale di 171 amministrazioni effettivamente coinvolte
(su 300), rappresentative di 414.014 dipendenti pubblici.
Un'indagine
preliminare svolta per tracciare un quadro conoscitivo sulla consistenza
e sulle diverse forme di mobilità presenti nelle amministrazioni
pubbliche nel biennio 2004-2005 ha restituito un quadro conoscitivo dal
quale emergeva che la mobilità fosse originata più che da
bisogni gestionali dell'amministrazione da spinte individuali dei dipendenti
per soddisfare proprie esigenze personali.
Nei fenomeni di mobilità conosciuti prevaleva, in sostanza, più
il lato dell'offerta che quello della domanda.
A fronte di tale situazione, il progetto si è proposto di realizzare
degli interventi di accompagnamento (informazione, formazione, assistenza)
volti a creare le condizioni per l'utilizzo efficace della mobilità
e un sistema (banca dati/borsino) che rendesse concreto l'incontro-confronto
tra amministrazioni e dipendenti, da utilizzare come meccanismo incentivante.
In sintesi, sono state 5 le linee di azione:
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1.
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studi,
analisi e ricerche per conoscere la consistenza del fenomeno, approfondire
le criticità, rilevare fabbisogni;
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2.
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supporto
tecnico formativo alle amministrazioni;
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3.
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progettazione,
realizzazione e sperimentazione di una banca dati/borsino finalizzata
a favorire l'incontro tra "la domanda" delle amministrazioni
con carenze di personale e "l'offerta" di dipendenti che
intendono cambiare amministrazione/sede di lavoro; (vedi scheda
allegato) http://www.mobilita-pa.it/funzionalita.php.
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4.
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assistenza
e accompagnamento alle P.A. per l'avvio di attività/misure
organizzative e innovative che facilitino la mobilità;
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5.
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azioni
di diffusione delle conoscenze per un proficuo utilizzo della mobilità
nell'ambito di più moderne ed efficaci politiche di gestione
delle risorse umane.
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La ricerca antropologica: dati di sintesi
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Il contributo
di conoscenza realmente originale è stato dato da un'indagine di
tipo etnografico commissionata con lo scopo di comprendere le cause della
resistenza verso l'istituto della mobilità lavorativa. L'approccio
è interessante se si considera che quello che è stato considerato
come uno dei processi cardine della valorizzazione del lavoro pubblico,
ovvero la politica di gestione delle risorse umane, è stata avviata
a prescindere da una conoscenza "umana" e sociologica delle
persone che compongono la Pubblica Amministrazione.
Svolta con
la collaborazione del dipartimento degli studi glottoantropologici e discipline
musicali dell'Università di Roma La Sapienza la ricerca ha avuto
due sedi privilegiate di indagine: a Palermo si è svolta presso
l'ufficio provinciale dell'Agenzia del Territorio; a Napoli presso l'amministrazione
comunale.
A
Palermo
(Agenzia del Territorio)
In numeri
Limitando l'analisi alla sola regione siciliana, su un organico regionale
di 1.047 impiegati si contano solo 24 distacchi. Di questi, 17 sono di
impiegati in ingresso da altre sedi d'Italia verso la Sicilia e 4 in uscita;
3, infine, sono gli impiegati che hanno cambiato città rimanendo
comunque entro la regione: 2 per comando presso altre amministrazioni
e 1 per distacco.
Pratiche e strategie di mobilità
La rigidità dell'iter attuale, percepita da entrambe le parti,
apre alla libera negoziazione e lascia spazio alla capacità del
proponente di imporsi con propri strumenti in contrattazioni personali
extraburocratiche.
Negli ultimi anni si presta sempre maggiore attenzione al parere dei direttori
regionali dell'Agenzia nel caso dei trasferimenti interni o verso l'esterno
e ai pareri delle amministrazioni di origine degli impiegati nel caso
di richieste di trasferimento o di comando in ingresso.
È stata introdotta la consuetudine di allegare alle domande di
trasferimento anche una copia del curriculum vitae dell'impiegato richiedente.
Il processo sembra quello di voler affiancare al dato oggettivo fornito
dalle leggi relative alla mobilità anche un parere soggettivo in
grado di tenere in conto il merito professionale. Quest'ultimo fattore,
tuttavia sembra poter dare dei risultati piuttosto controversi capaci
di compromettere, in alcuni casi, lo stesso esito del trasferimento dell'impiegato
richiedente.
A
Napoli
(Amministrazione comunale)
In numeri
Secondo i dati aggiornati al dicembre 2004, su 13.006 dipendenti, si sono
registrati 22 casi di mobilità in ingresso e 42 in uscita. Differenti
i dati del periodo successivo, infatti su 13.034, si contano 489 istanze
di mobilità in ingresso e 117 istanze di mobilità in uscita
(dati aggiornati al febbraio del 2006). Di queste istanze in ingresso,
325 arrivano da uomini e 164 da donne. Tra i richiedenti, ben 276 hanno
meno di 40 anni, 152 tra i 40 e i 50, 51 più di 50 anni. Le aree
professionali maggiormente interessate sono quella amministrativa, vigilanza
e tecnica (rispettivamente: 187, 103, 108 casi). Tra le categorie professionali,
la b e la c sono quelle più coinvolte con 150 e 180 casi. 117 istanze
di mobilità in uscita: 82 riguardano gli uomini e 35 le donne.
32 casi interessano dipendenti con meno di 40 anni, 44 tra i 40 e 50,
41 hanno più di 50 anni. Come per le istanze in ingresso, anche
in questo caso la maggior parte delle richieste in uscita è effettuata
da appartenenti alla categoria professionale C (56 casi) e risultano assenti
istanze inoltrate da dirigenti.
Pratiche e strategie di mobilità
La ricerca presso il Comune di Napoli ha sin da subito sottolineato la
necessità di un regolamento chiaro e preciso a proposito dei criteri
attraverso i quali procedere all'organizzazione delle procedure di mobilità
esterna del Comune.
Mobilità in ingresso under 40, mobilità in uscita over 40:
si nota in questo caso una differente proporzione tra le classi di età
di coloro che hanno inoltrato le differenti richieste. Per quanto riguarda
le istanze in ingresso, infatti, il 57% delle richieste proviene da persone
con un'età inferiore ai 40 anni, dato che copre più della
metà delle istanze presentate; al contrario, le domande effettuate
in uscita dal Comune di Napoli sono state inoltrate in netta prevalenza
da persone di età superiore ai 40 anni, arrivando a costituire
il 73% del totale delle richieste in uscita. Si tratta di un dato interpretabile
anche in chiave eminentemente antropologica, in quanto prefigura un mutamento
dei modelli di mobilità in relazione all'arco di vita lavorativa
di un individuo. Ciò è da coniugarsi non solo con gli aspetti
economici ma anche con altri di carattere non-finanziario considerati
parimenti "costi" che il lavoratore deve sostenere in un'ottica
di cambiamento che ha a che fare con considerazioni di ordine socio-culturale.
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La
ricerca antropologica: molteplicità di risultati
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Un dato per
tutti: la parola "mobilità" nel pubblico impiego è
un termine dal significato tutt'altro che stabile e definito, caratterizzandosi
per la sua marcata polisemanticità. Esso infatti, a Palermo come
a Napoli, risulta estremamente confuso. Dirigenti e impiegati, in particolare,
sembrano richiamarsi spesso ad accezioni differenti della parola mobilità.
Tale differenza appare motivata da due prospettive d'osservazione legate
a specifici modi di vivere la mobilità a seconda che ci si riferisca
ad essa come uno "strumento" per amministrare (la mobilità
può essere considerata, infatti, come il frutto di leggi nazionali,
norme e regolamenti amministrativi; può essere una pratica di gestione
del personale; può essere un oggetto di studio al centro degli
interessi di discipline differenti come la giurisprudenza, la sociologia
e l'economia del lavoro) o come un istituto legato al "vissuto"
individuale (la "narrazione di persone che ricordano l'esperienza
di un'emigrazione vissuta o il sentimento di insicurezza di quelle che
temono di poterne vivere una). In questo senso di mobilità si è
parlato soprattutto al negativo, in riferimento ad esempio a casi di spostamento
avvenuti per motivazioni percepite come "punitive" o comunque
indipendenti dalla volontà del singolo; per contrasto, altri vocaboli
sono stati utilizzati per riferirsi a pratiche di spostamento considerate
in modo positivo.
Diversa la prospettiva da punto di vista dei dirigenti: la parola mobilità
è stata utilizzata secondo l'accezione per così dire "amministrativa"
del termine, nel senso di istituto al quale ricorrere in primo luogo per
una corretta e razionale organizzazione delle risorse umane dell'ente.
Diritto
alla mobilità
Un punto importante da segnalare riguarda la percezione di un diritto
alla mobilità:nel corso di riunioni e colloqui formali ed informali
intrattenuti con i responsabili della gestione del Servizio Amministrazione
Risorse Umane del Comune di Napoli è stato più volte
ribadito che la mobilità, considerata sia dal punto di vista
normativo che da quello giuridico, non è un diritto. |
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La ricerca antropologica: ruoli e relazioni.
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La ricerca
etnografica ha consentito di rilevare come la mobilità si muova
tra contesti per così dire "pubblici" e "privati".
Alcuni aspetti, infatti, sembrano maggiormente riconducibili alle regole,
alle relazioni e alle dinamiche interne alla vita dell'ufficio. Altri
aspetti, invece, sembrano appartenere agli spazi privati delle persone
come, ad esempio, quello della famiglia e dell'incidenza del genere sul
lavoro. La volontà di permanere in una sede lavorativa prossima
al luogo di residenza familiare e il desiderio di tornare presso il proprio
luogo di origine si sono rivelati come fattore estremamente influenti
nelle scelte di mobilità. Strettamente connessa all'ambito della
famiglia appare la riflessione sulla rilevanza che assume il "genere"
nel contesto del lavoro pubblico.
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Il
ruolo delle donne è stato indagato mettendo in rapporto
fra loro vari livelli di analisi: la famiglia, il tempo, il rapporto
con il genere maschile, lo spazio dell'ufficio. Sembrerebbe così
che i tempi di lavoro, per quanto riguarda la maggior parte delle
donne intervistate, siano indissolubilmente legati al proprio ciclo
vitale e alla propria età. Le difficoltà legate all'essere
madre e lavoratrice implicherebbero così delle continue scelte
da effettuarsi durante il proprio percorso ed implicherebbero, in
certi casi, un' "auto-esclusione" operata delle donne
da alcune attività e mansioni. L'auto-esclusione è
stata considerata dalle interessate come una sorta di discriminazione
indiretta, in quanto le lavoratrici non sarebbero messe da parte
in quanto donne, ma rinuncerebbero esse stesse a svolgere mansioni
o ricoprire ruoli.
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La ricerca antropologica: la "non-mobilità"
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Le ragioni
di natura economica, spesso considerate come il principale se non l'unico
ostacolo alla mobilità lavorativa volontaria, da sole appaiono
insufficienti, essendo necessario legarle ad altri fattori ugualmente
importanti. E' indubbia la rilevanza che hanno i costi, che pure sono
differenti nelle diverse fasi della vita degli impiegati e in relazione
ai diversi contesti geografici nazionali, in merito alla scelta del cambiamento
della città sede di lavoro.
Ci sono però
altre ragioni:
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in
alcuni casi questo istituto può apparire come uno strumento
in grado di creare o disfare posizioni di potere; |
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non
sempre questo istituto ha procedure chiare e univocamente interpretabili; |
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la
variabilità dei linguaggi utilizzati, delle pratiche e delle
regole, determina spesso incomunicabilità tra i sistemi e che
induce la percezione di non chiarezza; |
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le
condizioni di lavoro al Nord sono giudicate più favorevoli,
le mansioni svolte più pertinenti con le competenze e le professionalità
acquisite, c'è la percezione di essere più gratificati
(mentre appaiono preferibili alcune condizioni di vita del Sud o meglio
le relazioni sociali che si instaurano). |
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La ricerca antropologica: resistenze al cambiamento
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Perché
tanta resistenza verso l'istituto della mobilità?
Una risposta alla domanda potrebbe trovarsi nell'ostilità al cambiamento
verso il modello d'impresa dal modello burocratico dell'amministrazione
pubblica. Il dipendente pubblico, impiegato in determinate mansioni, probabilmente
da tempo, potrebbe rispondere con una certa ostilità all'idea di
dover modificare i propri equilibri per assecondare, anche, logiche e
strategie aziendali.
Da una parte
vi sono quelli che, spinti da una razionalità orientata al raggiungimento
dei risultati personali e amministrativi valutano positivamente l'introduzione
dell'istituto della mobilità e si sentono capaci e volenterosi
di metterlo in atto, dall'altra vi sono coloro che, portatori di una cultura
tradizionale e razionale, temono il cambiamento e lo avvertono come una
minaccia che pesa sul loro status e sulle garanzie maturate nel tempo.
Quindi, restano forti resistenze interne a livello sia ideologico che
organizzativo nei confronti dei cambiamenti introdotti: il tipo di cultura,
i valori e le norme che regolano i comportamenti, i tipi di sapere e le
tecniche apprese nel periodo di socializzazione all'interno dell'organizzazione.
Secondo i dati rilevati dalle indagini sociologiche e antropologiche,
il mutamento può avvenire, ma solo lentamente e soprattutto non
cancellando gli schemi d'azione sedimentati, integrandoli per gradi con
nuove prospettive e dinamiche.
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