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politica_occupazione
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Politica
occupazionale: le tendenze in Italia
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Premessa
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L'indagine
di progetto ASSI, condotta dal Formez in collaborazione con il Censis,
traccia lo stato dell'arte per quanto riguarda la e-Governance applicata
ai servizi per l'impiego. L'immagine che ne risultava era quella di un
sistema piuttosto "aperto" dal punto di vista relazionale ed
in evoluzione verso modelli sempre più articolati. Eppure se questo
è il quadro generale del settore pubblico dei servizi all'impiego
non si può, però, fare a meno di considerare che la riforma
del settore iniziata oltre un decennio fa ha aperto il mercato ai privati
e che solo un confronto con il mondo privato può, quindi, offrire
uno spaccato oggettivo sulla qualità delle azioni intraprese dalle
Pubbliche Amministrazioni. Il Monitoraggio delle Politiche Occupazionali
e del Lavoro del Ministro del Lavoro e ISFOL del febbraio scorso, adotta
proprio questo punto di vista e le conclusioni sono piuttosto interessanti.
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Pubblico
e privato
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Il
dato più preoccupante che emerge dal Monitoraggio è quello
relativo alla qualità del servizio offerto, che mostra come solo
il 4% dell'utenza che si rivolge ai servizi pubblici per trovare un'occupazione,
vede soddisfatta la propria richiesta, contro il 30% di coloro che si
rivolgono ai privati.
Nonostante si tratti di volumi otto volte superiori parlare di un fallimento
dei servizi pubblici non è, però, del tutto corretto per
due ordini di ragioni. Il primo è che pubblico e privato si muovono
entrambi seguendo la ratio della riforma che ha delineato un sistema misto
in cui pubblico e privato coesistono in maniera complementare, seguendo
mission e obbiettivi autonomi, ma convergenti. Se, dunque, il pubblico
svolge un ruolo orientato a servire l'offerta di lavoro, per lo più
con riferimento ai target d'utenza svantaggiati, il privato tende a specializzarsi
sulla funzione di servizio alla domanda (servizi alle imprese). "Anche
la percezione sul futuro dei rapporti tra pubblico e privato - spiega
Germana di Domenico ricercatrice ISFOL e curatrice della parte del monitoraggio
dedicato al confronto tra pubblico e privato - mostra segnali di convergenza
nel senso della complementarietà tra i due sistemi. Due terzi circa
dei Centri per l'impiego e delle Agenzie per il lavoro immagina, infatti,
un'evoluzione dei rapporti con gli altri operatori nel senso della complementarietà
delle rispettive azioni". Il secondo motivo per cui non si può
presentare l'operato dei servizi pubblici per l'impiego in modo completamente
fallimentare è la distribuzione territoriale. Per mandato istituzionale,
infatti, i Centri per l'impiego sono presenti in maniera uniforme su tutto
il territorio nazionale, mentre le agenzie private sorgono, logicamente,
soprattutto nelle aree metropolitane e in prossimità dei distretti
produttivi, dove la richiesta di servizi è maggiore. Una disomogeneità
che non rende del tutto paragonabili i risultati di pubblico e privato
in termini di occupazione raggiunta.
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La
degenerazione è dietro la porta
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Sembrerebbe
uno spaccato piuttosto positivo, dunque, eppure il pericolo di una degenerazione
di questo sistema basato sulla complementarietà è piuttosto
evidente e consiste nella segmentazione del mercato. Il privato ha, infatti,
la tendenza a rivolgersi alla fascia di utenza più facilmente collocabile
o, in genere, ai profili medio-alti, mentre al pubblico restano, come
"onere" sociale, i soggetti più svantaggiati e maggiormente
soggetti alla disoccupazione di lunga durata. Inoltre, ciò che
veramente preoccupa è la diffusa incapacità del sistema
di collocamento pubblico di discernere i soggetti veramente bisognosi
di un posto di lavoro da quelli che si registrano al centro per l'impiego
per fini diversi. Manca in sostanza il criterio "sanzionatorio"
volto a scoraggiare chi si rivolge al Servizio per l'impiego non per cercare
lavoro, ma per ottenere privilegi. "Il problema - suggerisce Germana
i Domenico - è che in Italia, le politiche attive gestite dai centri
per l'impiego sono disgiunte e scollegate da passive gestite dall'INPS
ed il fatto che non ci sia correlazione non consente ai centri per l'impiego
di controllare quei soggetti che si iscrivono solo per beneficiare dei
servizi sociali o di benefit. Se i centri per l'impiego fossero dotati
di misure di controllo o "coercizione" che vincolassero il cittadino
iscritto ad alcuni obblighi - come la ricerca attiva o l'obbligo di accettare
la proposta individuata - i servizi funzionerebbero in maniera sicuramente
più efficace, ma anche più efficiente, nel senso che si
utilizzerebbero meglio i fondi a disposizione". Si tratta di accorgimenti
messi in atto già da anni in altri Paesi come l'Olanda, la Gran
Bretagna o la Germania in cui, appunto, le politiche attive di welfare
e quelle passive sono coordinate da un'unica testa aumentando sia l'efficienza
del servizio che la percezione di effettiva utilità da parte dei
cittadini e delle imprese.
Come si trova lavoro in Italia
La riflessione
più interessante che esce dal monitoraggio è, però,
un'altra. Non si tratta di stabilire se vinca il pubblico o il privato,
bensì di capire di che tipo di servizio ha bisogno l'utenza. "In
Italia - conclude Germana Di Domenico - è proprio il sistema dell'intermediazione
a non essere decollato, perché quello che funziona è il
metodo fai da te. E questo sia a causa delle caratteristiche del tessuto
imprenditoriale, sia per questioni di cultura". Le azioni più
diffuse sono, infatti, quelle "private": colloqui di lavoro
o selezioni spontanee, annunci o inserzioni su giornali o internet, invio
domande di lavoro o curriculum, contatti tramite parenti, amici, conoscenti
o sindacati. Questa tipologia coinvolge la quasi totalità di chi
si muove per cercare lavoro (96%) e di questi ben il 76% utilizza canali
informali. Al secondo posto, con un distacco abissale troviamo i contatti
con i Centri provinciali per l'impiego (24,2%) ed infine le agenzie di
collocamento private o interinali (15,4%). Una situazione che dovrebbe
far riflettere su cosa le numerose agenzie di intermediazione offrono
ai loro clienti, su quale sia la reale estensione della rete di contatti
del sistema dei servizi per l'impiego e sull'efficacia degli strumenti
utilizzati.
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Che
fine ha fatto l'informatica?o
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Qualche tempo
fa, quando in Italia si celebravano i fasti dell'e-Gov, abbiamo salutato
con entusiasmo il lancio di numerosi progetti dedicati all'introduzione
degli strumenti ICT nel campo dei servizi per l'impiego. Tra tutti ricordiamo
il Sistema Informativo Nazionale del Lavoro e la Borsa Nazionale. Progetti
che evidentemente sono rimasti ad uno stadio evolutivo piuttosto basso
se uno dei maggiori ritardi del sistema evidenziati dal Monitoraggio è
proprio quello dell'informatizzazione e della mancanza di una rete telematica
di relazione ed interscambio. Certamente gli insuccessi di questi grandi
progetti sono dovuti ad una serie di concause come ad esempio l'estrema
complessità dell'architettura della Borsa nazionale del Lavoro
e l'inattività dei nodi regionali che avrebbero dovuto contribuire
attivamente all'implementazione del sistema, ma la necessità di
un ripensamento complessivo dell'innovazione in questo campo è
indubbia. L'ultima Finanziaria ha stanziato 15 milioni di Euro per i progetti
delle autonomie locali, con particolare riferimento ai Centri per l'Impiego,
ma l'impegno deve andare ben al di là di una rivisitazione di quello
che è già stato fatto e deve spingersi verso una riorganizzazione
dell'intero settore, a cominciare di processi organizzativi.
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