Può un lettore bianco capire la schiavitù? Una riflessione su La ferrovia sotterranea di Whitehead

Può un lettore bianco capire la schiavitù? Una riflessione su La ferrovia sotterranea di Whitehead

Può un lettore bianco, per giunta maschio e occidentale, capire un romanzo come “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead? È la domanda che mi sono posto di recente, dopo aver discusso con un’amica scrittrice molto in gamba. In realtà, nei suoi argomenti era già contenuta la premessa del quesito che mi sta affliggendo da un po’. Sintetizzo brutalmente il suo punto di vista: secondo la mia amica, solo gli appartenenti a minoranze bistrattate della nostra società (donne, omosessuali, neri) possiedono gli strumenti utili a decodificare fino in fondo il parallelo suscitato da questo genere di romanzi, che nel caso specifico è tra la schiavitù in passate epoche storiche e il razzismo e la discriminazione di cui sono permeate oggi le nostre società occidentali.

Ovviamente l’idea che io, in quanto maschio bianco e occidentale, possa non essere in grado di cogliere quel senso di umanità che risiede in questo come in altri libri, mi destabilizza. Come se il fatto di non appartenere a una categoria sociale discriminata mi impedisse di cogliere il nocciolo di una questione, di un orizzonte. Prima di oggi non avevo mai pensato a una possibilità del genere. In fondo non è questo un tipico atteggiamento da bianco illuminato, mi dico, pensare che sia impossibile che qualcosa nell’universo delle idee, del pensiero e dei romanzi possa sfuggirci?

In effetti, è vero. Anche se in passato da ragazzo ho trascorso anni turbolenti e non sia nemmeno oggi il prototipo del borghese illuminato, non sono abbastanza nero da correre il rischio di essere fermato senza motivo dalla polizia, né posso capire a fondo la paura di una donna quando di notte scende dall’autobus e teme di poter essere stuprata. In quanto meridionale proveniente da una cultura maschilista, ho lavorato a lungo sulla misoginia intrinseca al sistema di valori in cui sono cresciuto. Ho avuto e ho molti amici omossessuali, in virtù delle discriminazioni di cui spesso sono stati vittima ho cercato di adeguare il mio linguaggio, il mio comportamento, il mio modo di pensare. In verità, ho perfezionato a tal punto il mio animo progressista che non ho nemmeno più bisogno di riflettere su come comportarmi in modo politicamente corretto, ormai lo faccio di default. Però la verità è che nessuno mi ha mai discriminato per quello che sono. Conosco la paura, so cosa vuol dire temere per il proprio corpo, per il proprio futuro, ma non conosco quella paura, non conosco cosa significa essere emarginati, rifiutati, picchiati, nel peggiore dei casi uccisi.

Tutto ciò significa che non posso capire un romanzo come “La ferrovia sotterranea”? Non è questo che in fondo dovrebbe fare, mi dico, ogni buona letteratura? Trasformare lo sguardo di un lettore bianco dei nostri tempi nel respiro affannoso della giovane schiava nera Cora (la protagonista del libro di Whitehead, edito in Italia da Sur Edizioni) in fuga dalla Georgia verso un’insperata libertà? Secondo la mia amica scrittrice non è possibile. Col tempo posso affinare il mio sguardo, diventare più sensibile, posso allenare il mio animo progressista a contemplare razionalmente le radici del male, ma non posso compenetrarmi davvero, semplicemente perché non sono minoranza. Nel momento in cui mi illudo di esserlo, di trovarmi sullo stesso piano di chi lo è, ecco che vien fuori lo Zio Tom. Insomma, in qualsiasi modo la si veda, noi bianchi non fascisti – almeno su questo – siamo fregati. Questo paradosso è probabilmente frutto di un’esigenza di espiazione che avrà bisogno ancora di secoli di progresso per finire.

Ma cosa rende davvero interessante questo romanzo, oltre l’attenta ricostruzione storica, l’impianto letterario sorretto da una grande abilità narrativa, la lingua minimale e densa, il parallelo tra il razzismo negli Usa di Donald Trump e dei migranti in Europa, restituitoci nella versione italiana dalla traduzione di Martina Testa? Mi sento qui di evidenziare tre motivi che il lettore potrà trovare d’interesse nell’opera di Whitehead.

Oltre al Premio Pulitzer, “La ferrovia sotterranea” si è aggiudicato in un colpo solo il National Book Award e il premio Arthur C. Clarke per la science fiction. Quest’ultimo premio mi pare ben illumini la questione. Cosa c’entra la fantascienza con la schiavitù e la segregazione razziale negli Usa? C’entra, perché la ferrovia sotterranea è un’invenzione di Whitehead, una linea segreta che trasporta i neri in fuga dal Sud schiavista al Nord abolizionista, sui cui convogli Cora salirà e scenderà in fuga dalla piantagione dei Randall e poi dal cacciatore di schiavi, il temibile Ridgeway, provetto fascista che si guadagna da vivere restituendo i fuggiaschi ai padroni e teorizzando sulla supremazia dei bianchi.

Il secondo motivo è la descrizione della violenza, la sua asciutta e precisa meccanica, fisica, morale e politica. Dei bianchi sui neri, dei neri sugli altri neri, dei ricchi sui poveri. Emblematica, a questo proposito, è la ricostruzione e la mise en scene in Indiana, nella fattoria dei Valentine, dove Cora troverà un luogo tranquillo in cui vivere, sicurezza minata dalle posizioni di un ex schiavo come Mingo che non vuole la presenza dei fuggiaschi, perché pericolosi per coloro che ormai sono integrati. È il racconto in oggettiva di una violenza sottile su cui è fondata la democrazia americana, scandagliata con la lente d’ingrandimento e dal piglio quasi scientifico, dove lo stato delle cose emerge da solo. Quando è pura – sembra dirci Whitehead – la violenza lascia salire a galla tutta la melma di cui è composto il nostro stile di vita. Non c’è alcun bisogno di creare paralleli, né di simulare la crocifissione dei migranti di oggi. É di tutta evidenza che un mondo edificato su quelle basi, resterà razzista secoli dopo, il Trump-pensiero è solo una conseguenza del modo in cui è stata edificata quella democrazia e quella società.

Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto, la brutalità. Eppure siamo qui.

A pronunciare queste parole è Lander, intellettuale abolizionista, unico nero del romanzo a non essere mai stato schiavo. Mette l’attenzione sul terzo aspetto che mi pare interessante evidenziare: la resilienza. Cos’altro è l’esperienza della ferrovia sotterranea, di una struttura segreta messa in piedi da uomini e donne, neri e bianchi, di poveri in lotta per la sopravvivenza, se non una prova di resilienza dell’umanità che, nonostante tutto, in qualsiasi epoca e complessa circostanza della storia, resiste sotto traccia? Nei sotterranei. Al buio. Tra i roditori e al freddo. Eppure c’è. La resistenza degli umani va al di là delle appartenenza, delle razze, della stirpe.

Ho provato a spiegare alla mia amica scrittrice che quest’aspetto è ciò che, in un certo senso, mi permette di poter dire “l’ho capito”. Ho capito “La ferrovia sotterranea” di Colson Whitehead, ho capito “Tra me e il mondo” di Ta-Nehisi Coates, e io non sono lo zio Tom, diamine! Di sicuro lei, dopo aver letto questo articolo, mi dirà che è proprio ciò che al massimo un maschio bianco e occidentale può permettersi di sperare: la resilienza degli ultimi, al di là dell’appartenenza razziale e di genere. Una sorta di veteromarxismo che non vuol prendere atto del fatto che oggi, negli Usa, i poveri votano Trump e da noi invece se la prendono con gli immigrati. E che ancora pretende che la lotta torni a essere tra l’umano e il disumano del capitalismo.

Fonte: Può un lettore bianco capire la schiavitù? Una riflessione su La ferrovia sotterranea di Whitehead

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