La crociata sbrodolata contro l’aziendalese

La crociata sbrodolata contro l’aziendalese

Briefing, slot, spotcall, visionare, location. Sicuramente quello che, senza confini particolarmente netti, viene chiamato ‘aziendalese’ non è un gergo ideato da fini letterati macerati nell’estetica. Basta che funzioni, basta mostrarsi al passo, senza troppo pensare. Ed è molto comune trovare articoli di costume che ne elencano le parole e i motti, e ne criticano la diffusione come uno dei chiari motivi (i soliti, sfiniti) per cui staremmo scivolando tutti nell’abisso, per cui l’essenza stessa della nostra identità sarebbe sotto un ferocissimo, ineluttabile scacco.

La lingua dell’impresa? Non è mai stata pura.

Prendere la lingua dell’azienda, del mercato, e criticarla per la sua scarsa purezza significa ignorare che da sempre la lingua della mercatura è la più contaminata di tutte. Sulle navi, nei porti del Mediterraneo, nelle locande e alle dogane, sono secoli che il mercato storpia e sporca le lingue in una maniera che, secondo il metro odierno di chi vaticina la fine dell’italiano, deve parere luridissima. Eppure non avremmo quei gioielli che sono il genovese, il veneziano, il siciliano, senza questi contatti poco igienici. In effetti avremmo ben poco in generale. La lingua dell’impresa, in senso lato, è naturalmente fra le più soggette a diventare un gergo con storpiature peculiari, con usi singolari magari poco apprezzabili dai punti di vista di significato ed estetica: perché basta che funzioni. Più crea il mercato, più permette una comunicazione efficace ed essenziale volta all’organizzazione e al commercio, più stabilisce dei luoghi comuni su cui è facile incontrarsi, ebbene più lo fa e meglio è.
Il risultato è però un gergo omologato, privo di stile personale. Embe’? Altrimenti non sarebbe un gergo. Non ogni parola che esce dalla nostra bocca deve portare un segno stilistico personalissimo, rappresentare le cifre nascoste del nostro cuore che solo la poesia può significare: molte volte può essere sufficiente essere chiari. E se faccio affari con una società di Shanghai, di Milano o San Francisco, avere uno stile dantesco (o scespiriano) non premia in maniera smaccata.

Non è un’antilingua come il burocratese.

Non va confuso col burocratese, un problema che ci portiamo dietro da secoli. Sappiamo quanto il linguaggio della burocrazia possa essere difficile da comprendere, ma rappresenta un problema radicalmente diverso dall’aziendalese: il linguaggio burocratico ripercorre schemi obsoleti e ostici per una convenzione che dovrebbe dare dignità al testo. Si presenta come un tentativo più alto e dotto di parlare, anche se fallimentare, oscuro come la lingua degli incantesimi. Il problema? Si tratta della lingua con cui si esprime il potere pubblico, lingua che dovrebbe poter essere compresa e controllata da tutti i cittadini: ne va della democrazia. L’aziendalese, invece, è una lingua di mercato: non coinvolge il potere pubblico se non accidentalmente. Nel fare affari, trovare luoghi comuni di significato agile è essenziale, e un gergo condiviso è funzionale. Soprattutto, interessa gli imprenditori, non il corpo elettorale. Chissà se secoli fa c’era qualcuno che si lamentava degli arabismi nella mercatura perché non venivano capiti da tutti.

Tanti termini sbandierati come nuova minaccia sono più vecchi dei nostri nonni.

Fare una critica che vuole giudicare prima di comprendere si espone al grossolano. Diverse parole che con sprezzo vengono ricondotte a novità dell’aziendalese montante sono attestate in italiano da un tempo che è nell’ordine del secolo. Performance, visionare, obliterare sono parole recepite non meno di tre generazioni fa. Monitorare esisteva più o meno da sempre, solo con dei significati diversi da quelli che ha preso trent’anni fa (fresche l’ova). Viene criticato come aziendalistico anche sottoscrivere, e non mi è ben chiaro perché, visto che è vecchio di tre secoli. Più concretamente ci possono essere problemi coi termini davvero nuovi che giungono dall’inglese. Ma anche in quel caso sereni, sono parole circoscritte, al massimo brutte, le digeriremo o le scorderemo, come è sempre accaduto. Non sono popoli guerrieri che vengono dall’Est.

Sicuramente c’è un problema generale: è molto importante saper usare il gergo nei momenti, nei luoghi e nelle conversazioni in cui tale gergo è di casa. Resto sempre molto stupito quando persone con cui non intrattengo rapporti di lavoro mi dicono “Aspetto una tua call”. È come se mi dicessero “Bella, non t’inscimmiare”. Pardon? Ma al di fuori di questi problemi di contestualizzazione del gergo, è un genere di gergo che è sempre esistito. Se si usa in maniera appropiata è un mezzo d’intesa, di successo comunicativo. L’origine di termini specifici come ‘polizza’, che nessuno penserebbe mai di censurare, sta in terrificanti storpiature del gergo del mercato: ‘polizza’ viene dal greco apódeiksis, cioè ‘dimostrazione’ (nel senso di attestato contrattuale), attraverso secoli di mercatura e rimasticamenti.
Talvolta non è saggio gridare “Al lupo, al lupo!” nemmeno quando il lupo c’è davvero. Figuriamoci quando non c’è.

Fonte: La crociata sbrodolata contro l’aziendalese

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